Guerra e Pace

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I messaggi nascosti nel non detto (ovvero: smascheriamo i vigliacchi…)

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Le persone mediamente “normali” e mediamente “corrette” pensano che la mail sia uno strumento come un altro per comunicare con i colleghi in maniera semplice e veloce. Un mittente, uno o più destinatari e un messaggio. Niente di più falso.

La mail è mooooolto di più e il messaggio vero, spesso, è quello più nascosto. Ecco un breve “vademecum” per imparare a leggere tra le righe. E per capire meglio il profilo psicologico dei colleghi.

L’ora. Vi sembra un dettaglio banale? Non lasciatevi ingannare. Una mail inviata dopo le 21 e il 99 per cento delle volte di contenuto banalotto, è un modo “velato” per dire: “Caprone, mentre tu sei a vedere la partita o a far baldoria IO, con spirito di sacrificio e abnegazione e vera dedizione all’azienda sono qui a lavorare”.  I destinatari sono spesso i collaboratori, ma il godimento supremo è mandarle ai pari grado, per far capire che “la competizione è sempre aperta, e io ti farò le scarpe”. E’ lo strumento dello “sgomitone“, quello che a 13 anni aveva la faccia piena di brufoli e gli occhiali spessi 3 cm, sempre seduto in prima fila e con la mano alzata per dire “signora maestra, la so, questa la so”.

La copia conoscenza, o carbon copy. Ha diverse funzioni. La più banale, e comune, è il cosidetto “paraculismo“. Te lo scrivo, e metto in copia anche il capo e/o il cliente, così in caso di problemi io rimango puro come un giglio e come Ponzio Pilato me ne lavo le mani.  Strumento prediletto dai vigliacchi, che preferisco chiamare “mezzeseghe” o “quaquaraquà”.   C’è poi un utilizzo più evoluto. Prediletta dal “bastardo dentro”, c’è la “copia conoscenza perché tutti sappiano che sei un idiota” che propongo di ribattezzare “sputtanation copy“, perché questa è la sua vera funzione. Va riconosciuto che richiede una certa abilità, perché lo sputtanamento è tanto più efficace quanto più è velato. Il dosaggio delle parole è cruciale ed estremamente delicato. Il capo, messo in copia, deve capire al volo che Pippo è un cretino. A Pippo, invece, deve rimanere quel sottilissimo dubbio che gli impedisca di poter reagire.

La copia nascosta. Espressione massima dello stronzo-vigliacco-arrivista, che chiamo anche “schifoso delatore”. Siccome, appunto, i destinatari in copia sono nascosti, voi dovreste rimanere all’oscuro. Ma se vi trovate di fronte a una particolare virulenza, fatevi venire un minimo di dubbio. Come si dice, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!

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Non ci resta che piangere!

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La strategia di comunicazione di Napoleone Berlusconi continua a essere una fonte inesauribile di ispirazione e disperazione (tutto quello che non si dovrebbe fare in comunicazione, e anche qualcosa in più). E mentre lui continua a giocare a nascondino (lo dico? non lo dico?), con buona pace di larga parte dei mezzi di informazione, il Financial Times traccia un quadro quanto mai lucido e impietoso. Per chi non conoscesse l’inglese e fosse impossibilitato a gustarsi l’articolo, la sintesi è “acca nissun è fesso”. Per tutti gli altri: self-explanatory e stupid-proof.

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(s)comunicati stampa: l’e-quivoco di Silvio, e-terno genio incompreso…

E’ stupefacente che il “nostro” Premier si trovi costretto a diramare un comunicato stampa per rettificare se stesso. Non tanto per mettere una pezza sull’ennesima gaffe (Roma come l’Africa), né per solidarietà con Alemanno. A un certo punto, Eureka! Berlusconi si è reso conto che stava sprecando un’occasione d’oro per reiterare il più importante dei suoi messaggi chiave (regola base delle PR…): la rovina dell’Italia sono i comunisti (perché lui dice sinistra, ma vede l’immagine del compagno Stalin), che hanno ridotto persino la capitale a una specie di pattumiera.

E allora, vai di (s)comunicato stampa. Dove il più importante dei suoi messaggi chiave, le colpe della sinistra (che sono universali), è puntualmente ripetuto in ognuno dei 3 scarni paragrafi. Del resto si sa. Buona parte della stampa italiana, notoriamente bolscevica, è dura di comprendonio. E lui ha solo avuto un lapsus. Non intendeva dire Roma come l’Africa, ma Roma come Vladivostok.

Il comunicato ci mette una pezza, ma siccome l’uomo è incontenibile, nelle dichiarazioni paragona il degrado di Roma a “città come Tokio e Pechino” (avete capito bene, la rossa Pechino…) dove “non c’è un mozzicone, una plastica, una carta, scritte sui muri.

Da miserabile (ex) PR, non mi spingo a suggerire un media training, e neanche l’applicazione del buon senso, che vorrebbe vedere il pensiero precedere l’azione e la parola. Però, di grazia, che qualcuno gli faccia almeno un corso accelerato di geografia politica…

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Quando guardo la pubblicità del prosciutto di Parma quasi mi viene voglia di diventare vegetariana

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Guardo poco la TV e solo qualche sera fa, mentre zappingavo di qua e di là, sono inciampata nella pubblicità del prosciutto di Parma. Ancora incredula,  ho deciso di dedicare una rubrica ai “cugini” pubblicitari, che ho chiamato Pubblicità Regresso.

Ho capito che la pubblicità dovrebbe risvegliare l’immaginario, ma solo una mente malata può pensare che la casalinga, quando va al supermercato a comprare il suo etto di prosciutto, si immedesima con Rocky Balboa. Vorrei provare io la prossima volta a fare addominali al super, sdraiata nella corsia dei detersivi. Scommetto che tempo 10 secondi mi portano via con la camicia di forza. Oppure, dopo una giornata mooooooolto pesante in ufficio, andare dal salumiere a chiedere se mi presta un prosciutto per fare kick-boxing. Ma con chi fanno i focus group? Con la zia cieca e la cugina sorda?

A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che i pazzi non sanno di esserlo, la rivista Pubblicità Italia scrive che Il concept creativo interpreta con un linguaggio inconsueto e ironico la decisa volontà di differenziare il prodotto da tutti i suoi simili, non un crudo qualsiasi ma ‘Il Prosciutto di Parma’, riconosciuto per qualità ed eccellenza, come ribadito nel claim ‘Non è crudo. E’ di Parma’.

Linguaggio inconsueto e ironico? Volontà di differenziare il prodotto?
Non so voi. Io dopo aver visto la pubblicità ho pensato per un attimo di diventare vegetariana. Poi mi sono detta “e perché mai?”. Da oggi, il panino me lo faccio con il San Daniele.

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Spam? Quando gli untori sono i colleghi…

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E’ ormai scientificamente provato: il livello di produttività è inversamente proporzionale all’utilizzo della mail. Ovvero vale l’equazione: più mail mandi, meno lavori. Anche se nessuno lo dice, gli spammer peggiori sono i colleghi e il contagio da spam aziendale non risparmia nessuno.

Tra pochi usi e molti abusi,  la vera iattura è la funzione “rispondi a tutti”.  La maledizione del “rispondi a tutti” ha effetti devastanti. Le cose più semplici diventano complicate, si perde più tempo a leggere e rispondere che non a fare le cose e, ovviamente, alla fine qualcuno non ci capisce più niente.

Caso tipo: il capo convoca 7 persone per una riunione mercoledì alle 11,00. A ruota seguono, mettendo tutti in copia,  3 “ok”, 2 “va bene”, 1 “sono da un cliente” e 1 assenteista che non risponde. Rientra in gioco il capo: “la riunione è spostata alle 15,00”, a cui fanno eco 2 “perfetto”, 2 “ci sono”, 1 “ma io alle 15,30 devo andare via”, 2 “ok, ma in 2 ore ce la caviamo?”. E vai col terzo giro. Il capo: “vabbè. Visto che alcuni di voi mercoledì non possono, rimandiamo tutto a giovedì mattina alle 9,00”.  Si scatenano 3 “va bene”, 1 “ho preso un giorno di ferie”, 1 “non sono sicuro di riuscire ad arrivare per le 9;00”, 1 “e se facessimo le 9,30?” e 1 “ok”. Siamo a 23 mail,  ancora la riunione non è stata fissata e io, mentalmente, chiedo pietà e auguro un’avaria perenne al server. Meno male che a questo punto il capo si è stufato, riporta tutto al punto di partenza e aggiunge il fatidico e per me magico “chi cè, c’è, e chi non c’è, non c’è”.  Nel frattempo, qualcuno si perde, e chiede: “ma alla fine, la riunione è al mattino o al pomeriggio?”. Totale: 27 mail!

Naturalmente, alla riunione ci si ritrova in 4, perché a parte l’assente giustificato, 2 erano convinti che ci si incontrasse al pomeriggio e 1 credeva che alla fine fosse saltato tutto.

E allora, contro lo spamming aziendale, propongo la seguente ricetta:

  • il capo faccia il capo. Aboliamo le alternative. E i punti di domanda.
  • bloccare tutte le mail che contengano “ok”, “va bene”, “d’accordo”, etc. L’affermazione non ha bisogno di essere dichiarata. La diamo per implicita. Rispondere solo se la risposta è negativa.
  • assegnare un lotto massimo di mail interne al giorno. Dopo di che, blocco automatico della posta elettronica
  • e per gli irriducibili… libero sfogo alla fantasia dei colleghi per mettere in atto qualunque forma di boicottaggio.

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Il PR come il Dixan

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Cronaca (vera) di una delle peggiori figure di @@@ della mia vita…

Un PR, persona in gamba e con ottima esperienza, dà le dimissioni. E qui voi mi direte: ecchisenefrega? Non si rimane fedeli alla moglie, figuriamoci all’azienda.

Già. Ma il capo non la pensava così. Per motivi tuttora rimasti ignoti, sembrava che fossimo prossimi al giorno di Armageddon, e così ci siamo presentati dal cliente modello “armata Brancaleone”. Il battaglione era così composto: il Capo, il Grande Capo, il Mini Capo (che sarei io), un altro Mini Capo di un’altra divisione e 2 soldati account . Arrivati, ci aspetta la consueta anticamera in sala riunioni e dopo un poco compare il cliente. Prima buccia di banana: lui (in questo caso una lei) è uno, noi siamo in 6 (si, avete capito bene, 6 persone!). Praticamente un accerchiamento, quasi un assedio, che dà luogo a una scena a dir poco surreale.

Il cliente entra, strabuzza gli occhi, rimane in silenzio per un attimo e poi, gelido, dice: “ma siete venuti con il pullman?” Io avrei voluto scavare una trincea per sparire. Il Grande Capo manteneva un’espressione ieratica e Zen, ma sotto sotto avrebbe voluto smaterializzarsi. Gli altri ostentavano un’aria di finta impassibilità. Solo il Capo, che aveva messo a punto la mirabolante strategia, da vero uomo di pubbliche relazioni glissa sulla battuta a dir poco ironica, sfodera il suo più bel sorriso e inizia a vantare la qualità della merce (cioè noi). Il cliente continua ad osservarci, sempre più incredulo e con lampi negli occhi sempre più evidenti. Lascia parlare il Cap e alla fine della recita, sempre più gelida, chiede: “scusi, ma mi spiega qual è il problema se ci vogliono ben 5 persone per sostituirne una che va via?”

Non ricordo la risposta. Mi sembrava ormai di essere in mezzo a un assurdo spot pubblicitario, dove proponevamo alla signora Giannini 5 fustini anonimi in cambio del suo Dixan. E avrei voluto sparire.

L’epilogo? E’ stato l’unico possibile. Il cliente ci ha mandato a stendere (i panni?)

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